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da Il Giornale di Vicenza del 22-07-2011 Commenti
di sgorbio, 22 Luglio 2011 stampa

ANNIVERSARIO. Dieci anni fa la morte di un simbolo della stampa libera

UN UOMO

Donatello Bellomo

Indro Montanelli rinunciò al seggio da senatore a vita che gli offriva Cossiga per fedeltà al suo «modello di giornalista assolutamente indipendente»
IN PIEDI

Indro Montanelli a Villafranca di Verona nel 1992 ai funerali del collega Cesare Marchi: in piedi, ... Il 22 luglio 2001, alle 1,40 del mattino, il più giovane giornalista d'Italia chiudeva gli occhi per sempre. Aveva novantadue anni e tre mesi. Qualche giorno prima si era scritto il necrologio rivolgendosi ai lettori, ai «suoi lettori», ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui lo avevano seguito. Il giorno dopo, quando la notizia della morte aveva già fatto il giro del mondo, il Corriere della Sera pubblicò quelle poche righe, in cui Indro Montanelli sottolineava di non gradire «né cerimonie religiose né commemorazioni civili». Ventinove anni prima, nella stessa clinica, La Madonnina, si era spento Dino Buzzati, un altro maestro del giornalismo italiano, che negli anni Cinquanta gli aveva offerto di collaborare alla Domenica del Corriere: una pagina alla settimana per la rubrica «Montanelli pensa così», l'anticamera di quella «Stanza di Montanelli» in cui storia e attualità venivano raccontate e commentate con la semplicità universale che permette alla casalinga di Voghera e al lattaio dell'Ohio di capire di cosa si stia parlando e dunque di parlarne.
Nessun altro conosceva l'Italia meglio di lui, che mai aveva nascosto il suo passato fascista avendo preso le distanze dalla dittatura in tempi non sospetti, ben prima che il Paese facesse i conti con la sconfitta militare e con la vergogna incancellabile delle leggi razziali. Da inviato di guerra, aveva visto di cosa erano stati capaci i nazisti. Da corrispondente dal fronte, aveva toccato con mano la disfatta delle nostre truppe, taciuta dalla propaganda. Dell'Italia aveva scritto la storia millenaria in volumi venduti in milioni di copie. Degli italiani, «brava gente» per modo di dire, conosceva ogni singolo filamento del DNA. Dall'arte di arrangiarsi al tenere famiglia, dal «severamente vietato» alle regole che valgono solo per gli altri, dalle furberie di mezza tacca ai mezzucci per tenersi a galla all'arte di confezionare misteri e tragedie, miracoli e infamie. Parole come pietre: «La corruzione comincia con un piatto di pasta». «La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni ma una tentazione dei servi».
ALTRI UOMINI per altri tempi. L'indipendenza intellettuale, sempre, la variabile indipendente di una vita votata al lavoro. Nel 1991, l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga gli propose la nomina a senatore a vita. Ringraziò, puntualizzando poi che il gran rifiuto non era stato un gesto di esibizionismo «ma un modo concreto per dire quello che penso: il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza», sempre e comunque. Scrisse al «picconatore» della Prima Repubblica: «Purtroppo, il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente che mi impedisce di accettare l'incarico».
Forse non sbagliamo immaginando che il Direttore avrebbe aborrito ogni celebrazione postuma, quelle da feticcio dei numeri tondi che ingorgano le pagine dei giornali con le firme di sedicenti orfani di cotanto genitore. Lui, a un lettore che lo contestava urbanamente su un argomento specifico, rispondeva che certo, il carissimo signor Rossi non immaginava quale piacere gli avesse recata la sua lettera, non perché gli desse ragione, ma al contrario, perché gli dava torto. Probabilmente non avrebbe apprezzato neanche il monumento che ora campeggia ai giardini pubblici di Porta Venezia che il Comune di Milano gli ha dedicato, preso pari pari dalla fotografia che gli scattò Fedele Toscani nel 1940 (o era nel 1956, di ritorno dall'Ungheria in rivolta contro i sovietici? All'archivio fotografico del Corriere non l'hanno ancora accertato), cappello Barbisio e cappotto, chino sulla sua Olivetti a scrivere un pezzo.
Ma Ve lo avevo detto, questa raccolta di articoli che Rizzoli ha riunito in volume che ha la prefazione di Massimo Fini, sottotitolato Berlusconi visto da chi lo conosceva bene, gli sarebbe piaciuta. Tre i quotidiani, Il Giornale, La Voce e Il Corriere della Sera, nove gli anni fatali, dal 1993, vigilia della discesa in campo del Cavaliere, al marzo 2001; uno l'argomento, l'entrata in politica dell'imprenditore che molti anni prima aveva acquistato il quotidiano fondato da Montanelli, Il Giornale, sottraendolo al dissesto finanziario. Aveva poco più di quarant'anni, Berlusconi, quando aveva rilevato la proprietà del quotidiano di via Negri. Pare che il direttore avesse parlato chiaro, da subito, con l'imprenditore edile e finanziario della futura «Milano da bere», fiorita al sole del socialismo craxiano: «Tu sei il proprietario, io il padrone finché rimango direttore, perché la vocazione del servo io non ce l'ho». Il Giornale, fondato nel 1974, era la Rolls Royce del giornalismo. La Rolls non è l'auto più veloce, né la più stabile, né la più sicura, né la più spaziosa. Ma è la Rolls. Montanelli aveva chiamato in redazione Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Cesare Zappulli, Guido Piovene, Arnaldo Bellini. E collaboratori come Raymond Aron e Ionesco. Scusate se è poco.
IL DIRETTORE in più occasioni aveva definito Berlusconi «l'editore perfetto», quello che non chiede e non pretende e che i conti li fa a fine anno, tirando una riga tra più e meno per vedere quanto ha guadagnato o quanto ha perso. Nei quattordici anni che separano il 1977 dal 1994, il Cavaliere è abilmente diventato il tycoon delle tivù private. Decide di «scendere in campo» con i suoi «azzurri» di «Forza Italia». Senza Gullitt e Van Basten, ma con una potenza di fuoco mediatica senza precedenti, Berlusconi, ripreso da una telecamera con tanto di calza di nylon sull'obiettivo, annuncia agli italiani il guado del Rubicone. Il partito-azienda va alla conquista del Paese. Montanelli non lo segue. La nuotata nello Yang-Tze non rientra tra i suoi rischi. «A questo punto non avevo più scelta. O diventare il megafono di Berlusconi o andarmene», scrive nel suo ultimo articolo sul Giornale nel gennaio 1994, rimarcando in una lettera aperta che l'editore, intervenuto in un'assemblea di redazione del Giornale, aveva promesso il rilancio della testata purché avesse seguito una linea politica diversa da quella di Montanelli. Che se ne va e fonda il suo ultimo quotidiano, La Voce: avrà vita breve per gli scarsi introiti pubblicitari…
Montanelli non ha problemi ad attaccare l'uomo più potente d'Italia. Al miliardario che gli voleva riservare un loculo nella tomba aziendale disegnata da Giò Pomodoro, vicino a Dell'Utri e a Fedele Confalonieri nel Vittoriale di Mediaset e Fininvest, Montanelli indirizza le sue sciabolate. «Il berlusconismo? La feccia che risale il pozzo». Nel 1998 propone un referendum: «Volete voi l'abrogazione dei reati in base ai quali è stato condannato l'on. Silvio Berlusconi?» Ancora: «Chiagne e fotte. Così dicono a Napoli di uno come lui». E ammonisce l'elettorato trasversale che lo ha votato: «Questa non è destra ma manganello. L'Italia non sa andare a destra senza finire nel manganello». Viene tacciato di essere di sinistra. «Questo è il coronamento della mia vita. Io, di sinistra…» Programma politico? «Berlusconi non ha idee ma solo interessi. Non c'è da aver paura delle sue epurazioni ma dei suoi premi». La ricetta per guarire? Votare Berlusconi e farlo governare. Inoculare il virus per non essere più contagiati.
Quest'Italia da sempre di scarsa memoria, affardellata di rimpianti e leggera di rimorsi, ora fa i conti con i rating e con l'eurogruppo. Niente miracoli, niente veni vidi vici. «Di uomini della provvidenza ne ho già conosciuto uno, Mussolini. E mi è bastato». Basta Totò per non citare il dittatore più disobbedito della storia. «Berlusconi farà la fine del povero Antonio La Trippa: non riuscirà a mantenere le promesse che ha fatto agli italiani e dovrà andarsene». Parola di Montanelli.

 

2 commenti
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  di sgorbio, 22 Luglio 2011, 14:20 permalink

BERLUSCONI A dieci anni dalla morte, Indro Montanelli (Fucecchio, 1909 - Milano, 2001) riesce ancora a essere tempestivo sulla notizia: con il titolo Ve l'avevo detto, Berlusconi visto da chi lo conosceva bene, e con la prefazione di Massimo Fini, Rizzoli pubblica una raccolta di articoli del grande giornalista dedicati all'uomo che fu suo editore, ma di cui deprecò poi l'intervento e l'azione in politica. Scriveva Montanelli: «Silvio soffrì moltissimo per la morte del padre. Erano lacrime vere. Qualche giorno dopo mi disse: d'ora in poi mio padre sei tu. Mi chiedo a quanti altri lo avesse già detto o stava per dirlo. Sono arciconvinto che a tutti lo diceva con la stessa assoluta sincerità. Ecco perché mi fa male vederlo sul video con quel sorriso fasullo, quasi un ghigno, che non ricorda neanche di lontano la bella risata fresca e squillante del Silvio di Arcore, non ancora Cavaliere… quante bugie mi diceva anche allora. Ma come volergliene? Le sue erano chansons de geste, qualcosa di mezzo tra I Tre Moschettieri e Il Barone di Munchausen, senza nessuna pretesa di credibilità. Ora le presenta come un programma di governo».

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  di Llerin, 23 Luglio 2011, 11:32 permalink

A me Montanelli piaceva oltre che come giornalista anche come scrittore. Di lui mi ricordo soprattutto 2 libri: Dentro la storia (dove raccontava soprattutto la storia dell'Italia, spesso vissuta di persona) e Incontri (dove raccontava le sue impressioni su alcune persone che aveva conosciuto, e nella sua vita ne aveva conosciute tante).

Penso sia stato il primo di destra a capire che il Berluska era un danno (e non un bene) per l'Italia.

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